Lettera aperta di Nicola Merola


Cari amici,

I Nuovi Ordinamenti offrono qualcosa più di una interessante opportunità alle nostre discipline. Approfittiamone e reclamiamolo. La vocazione generalista del triennio dovrebbe infatti imporre:

  1. una rinnovata centralità dell’Italianistica, e non solo nei corsi di studio della facoltà di lettere;

  2. l’individuazione nella Letteratura italiana moderna e contemporanea della disciplina più idonea a rivestire il ruolo istituzionale che giustifica quella centralità;

  3. l’assunzione da parte dei docenti di Letteratura italiana moderna e contemporanea delle relative responsabilità, a cominciare da un ampliamento del quadro di riferimento cronologico.


Scusandomi anticipatamente per la prolissità delle considerazioni esplicative che seguono, vi assicuro che non mi adonterò se non ne terrete conto (le ho aggiunte nella presunzione che fossero intuitive).


a)Centralità dell’Italianistica

Il triennio riformato non deve essere concepito come una laurea quadriennale intensiva. Se già la compressione degli esami previsti dalla laurea quadriennale costituisce un problema, il problema diventa esplosivo di fronte alla proliferazione dei moduli (con altrettante verifiche) in un numero di anni che, proprio mentre viene ridotto, non è più estensibile a piacimento (come di fatto era). In un tempo minore più studenti fanno più esami, solo se gli esami diventano meno selettivi. Ma, perché gli esami risultino davvero meno selettivi, è necessario che questo non sia solo un auspicio o una raccomandazione.
Invece di ricevere inaccettabili imposizioni, le università sono state incoraggiate, anzi incentivate, a trovare da sole il modo per rendere meno aleatorio il conseguimento dell’obiettivo primario di un generalizzato rispetto dei tempi. In questo senso, i Nuovi Ordinamenti costituiscono il massimo sforzo che potesse compiere il legislatore per ottenere, senza esplicitamente chiederlo, qualcosa di così audace, che, se l’avesse voluto chiedere direttamente, non avrebbe avuto neanche gli strumenti linguistici.
Che bisogni intervenire sui carichi didattici, lo dice espressamente la legge, che tace o rimane ambigua sulla loro natura, come se bastasse quantificare sia pure al ribasso uno
standard orario di impegno per mettere la laurea alla portata di tutti. Non è invece la stessa cosa dedicare i corsi universitari alla grammatica o alla retorica, a maggior ragione che dall’accesso praticamente incondizionato al triennio consegue l’opportunità di addebitare agli studenti le loro eventuali carenze nella preparazione di base (tanti più debiti, quanto più sono specialistici e settoriali i programmi d’esame). Almeno parzialmente il primo anno, e non solo il momento formale dell’accoglienza, dovrebbe quindi essere devoluto al pagamento di questi debiti.
Non è necessario aspettare l’esperienza dei fatti, per denunciare l’ulteriore contraddizione che introdurrebbero i debiti, aggravando gli oneri degli studenti e rendendo ancora più improbabile il mantenimento degli impegni da parte loro, a meno che i debiti non si pagassero e i crediti non si acquisissero nella stessa unità di tempo, con un investimento maggiore solo per il passaggio di
status (dal pagamento del debito alla acquisizione del credito) e per il riconoscimento dell’eccellenza.
Se, come credo, è l’intero triennio a fungere da camera di compensazione, i relativi
curricula non potranno che essere istituzionali e dovranno avere scopi e contenuti adeguati allo schiacciamento del triennio tra la scuola secondaria superiore e il biennio specialistico.
Il triennio non può essere né una ripetizione degli studi precedenti, che sarebbe antieconomica e non avrebbe una capienza adeguata; né una anticipazione del biennio, che risulterebbe selettiva, senza offrire garanzie sulla preparazione di base. Esso ha un’altra funzione: consentire una selezione diversa da quella corrispondente al conseguimento del titolo di laureato (come se fosse un corso per l’ammissione al biennio) e consolidare o completare o correggere le competenze e le abilità precedentemente acquisite o che avrebbero dovuto esserlo (come se fosse un tradizionale corso universitario, con maggiore attenzione alla scelta delle materie strategiche e con programmi compatibili con l’esigenza di mettere alla prova e eventualmente surrogare conoscenze e competenze di base).
Poiché l’obiettivo primario del rispetto dei tempi, in congiunzione con l’obbligatorietà della frequenza, suggerisce di interpretare i
curricula del triennio appunto come tali, cioè percorsi, se non corse di velocità, anziché come mete da raggiungere – secondo un principio che fino a prova contraria resta la divisa della critica -, il relativo apprendimento dovrà consistere in esperienze formative attraverso le quali siano valorizzate le risorse individuali, osservate e indirizzate le attitudini, rilevate e colmate le lacune, mentre sarà attribuita una maggiore importanza alle attività legate alla frequenza delle lezioni e dei laboratori e si introdurranno una corrispondenza necessaria e un principio di certezza tra adempimenti e riconoscimenti.
In una facoltà di Lettere, la generalità degli studenti può essere davvero raggiunta e onorevolmente mobilitata nell’estinzione dei debiti e insieme nel conseguimento dei crediti da un solo obiettivo minimale e essenziale, ma con uno spettro sufficientemente ampio: quello di esercitare le abilità primarie della lettura e della scrittura, nella prospettiva di perfezionarle e appropriarsene criticamente, ma anche solo per usarle di più e con maggiore continuità e efficacia, al servizio di qualsiasi sapere e intanto sul tradizionale banco di prova della letteratura nazionale.


b)Ruolo istituzionale della Letteratura italiana moderna e contemporanea

Se preferenze, attitudini e patrimonio culturale, indirizzano gli studenti verso la modernità letteraria e inducono ad utilizzarla come punto di partenza, è la posizione maggioritaria dei rispettivi docenti che assegna alle discipline del settore il più oneroso compito di avviare i triennalisti agli studi letterari. A fronte infatti di una immutata sproporzione a tutto vantaggio dei generalisti, per quanto riguarda l’incardinamento ufficiale nei ruoli universitari, il rapporto si capovolge, non appena si getta uno sguardo sui settori di operosità scientifica, sulla quantità dei contributi dedicati all’Otto-Novecento o ai secoli precedenti e sul numero degli autori rispettivi,
come risulta dalle pubblicazioni specializzate (Liab, Bigli).
Un analogo rilevamento potrebbe essere fatto sui temi dei corsi svolti negli ultimi anni dai titolari di tutti gli insegnamenti di Italianistica. Ma non aggiungerebbe molto a quanto abbiamo appena osservato. A privilegiare il ruolo dei modernisti con i Nuovi Ordinamenti, non sono solo l’entità dell’impegno richiesto e la prevalenza numerica, in termini di identità culturale e non di afferenza accademica. Essi sembrano più disposti e meglio attrezzati a soddisfare una richiesta di insegnamenti istituzionali, in quanto il loro tema principale è proprio il rapporto tra la letteratura e il mondo in cui viviamo: perciò si occupano abitualmente della letteratura nel quadro della comunicazione, hanno più presente il rapporto tra produzione e fruizione linguistica, sono portati a considerare professionalmente la letteratura il canale e l’organo attraverso il quale ci si scambiano informazioni e insomma condividono l’idea che della letteratura hanno i lettori e gli studenti.
I non modernisti hanno invece della letteratura un’idea da studiosi, fondata e rispettabile, ma forse inadeguata e comunque disinteressata a dar conto della contraddizione tra storicità del documento e attualità del monumento. Beninteso, così come vengono impartiti, anche gli insegnamenti di Letteratura italiana moderna e contemporanea si dividono in due grandi famiglie. Ci sono i professori che interpretano la disciplina come l’applicazione agli ultimi due o tre secoli delle stesse procedure e l’utilizzazione dei medesimi strumenti ai quali si rivolgono gli insegnamenti storico-letterari in genere. E ci sono quelli che, senza deprimere la specificità del proprio lavoro e delle proprie competenze, ritengono che la differenza non consista tanto nel periodo considerato, quanto nel modo di affrontarlo.
Non mancano nemmeno dunque tra i modernisti gli scienziati puri. A loro, come ai colleghi generalisti, si addice di più l’insegnamento nei corsi specialistici, mentre forse si sentiranno meno fuori posto nella triennale i critici letterari, abituati a confronti immediati con i libri e con il pubblico e portati a mettere in discussione il proprio lavoro e a concepirlo in prospettiva teorica (e didattica).
Stiamo parlando di una utilizzazione degli studi letterari che non ammette distinzioni troppo schematiche. Figurarsi se Dante e Machiavelli non offrono continue e importanti occasioni per coinvolgere e utilizzare ogni tipo di sapere. La differenza incontestabile è però che il coinvolgimento in questione è estremamente più oneroso e improbabile in un triennio di base, se i saperi interessati sono troppo lontani dal patrimonio culturale che si può dare per scontato e debbono essere quasi acquisiti
ex novo (ma inevitabilmente addebitati) e se soprattutto i docenti non vogliono o non sanno assumersi esplicitamente il carico di questa distanza.


c)Nuove responsabilità e prospettive della Letteratura italiana moderna e contemporanea

In molte sedi, sfruttando la relativa elasticità delle tabelle ministeriali, e in parte anche la carenza di indicazioni circa la formazione degli insegnanti, si è ridotta la forbice tra Letteratura italiana e Letteratura italiana moderna e contemporanea, che concorrono quasi pariteticamente alla definizione dei
curricula e in alcuni casi sono giudicate equipollenti.
Ciò ha talora comportato una revisione dei tradizionali termini cronologici dei relativi programmi e, nel caso della Letteratura italiana moderna e contemporanea, un loro ampliamento (si parte spesso dal Settecento).
Le soluzioni adottate rispondono bene all’esigenza di fondo. Ma si dovrebbe e potrebbe fare meglio, se le Istituzioni di letteratura italiana, destinate al triennio e prevalentemente tenute dai modernisti (vogliamo scommettere che non esistono solo nella mia ipotesi?), consistessero programmaticamente nella problematizzazione del rapporto tra la cultura reale del nostro tempo (il repertorio, la mentalità e lo stesso sensorio degli studenti) e le manifestazioni attuali della tradizione letteraria (la letteratura contemporanea, ma anche gli studi sulla letteratura dei secoli passati e l’insegnamento relativo, la lettura dei testi antichi e moderni, la verbalizzazione orale e scritta e la creatività).

Un’ultima considerazione. O solo un dubbio. Mi domando se il compito dei modernisti, in un’università che non ha aspettato i Nuovi Ordinamenti per pagare un esoso tributo all’affermazione dei corsi di laurea in Scienza della comunicazione e all’influenza crescente degli scienziati della formazione, possa prescindere dalla rivendicazione all’Italianistica di questi stessi spazi. Sarebbe ingenuo attribuire gli attuali orientamenti delle immatricolazioni alla speranza di carriera giornalistica che nutrirebbero i nostri studenti, anziché al desiderio di una Facoltà di Lettere aggiornata al confronto con la contemporaneità multimediale e con la riflessione corrispondente. Ma è addirittura criminale cedere una storica prerogativa delle nostre discipline (che sono tutt’uno con l’insegnamento), senza opporre resistenza e tutt’al più osteggiando il ruolo della formazione.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro.


Nicola Merola