Mario Sechi

 

Per un documento della MOD sulla situazione universitaria, di fronte ai nuovi progetti di riforma della riforma.


1. Esula dalle specifiche finalità di una Associazione accademica esprimere pareri e valutazioni su tematiche istituzionali e sindacali, come quelle che vengono oggi sollevate tra grandi clamori dalle leggi di riforma universitaria proposte dal Governo al Parlamento.

Tuttavia ci sono ragioni e questioni di importanza strategica, che riguardano tra l’altro il destino e le condizioni della ricerca nei diversi campi del sapere (e nei rispettivi settori disciplinari), e che inducono perciò ad alcune opportune puntualizzazioni.

Innanzitutto colpisce, nel testo della legge-delega sul riordino della docenza, la scelta del taglio di quasi un terzo dell’organico docenti. Tale operazione avverrebbe attraverso il congelamento degli attuali ricercatori in un ruolo ad esaurimento, e nella progressiva sostituzione dei ricercatori di ruolo con personale precario, reclutato tra i neo-laureati e destinato - a quanto sembra - a svolgere mansioni didattiche e di ricerca di tipo subordinato, con contratti a termine di formazione-lavoro. Nulla viene detto nei testi di legge in questione sul destino dei canali di formazione post-laurea attualmente operanti, dal dottorato al post-dottorato agli assegni di ricerca: i quali avrebbero dovuto – e auspicabilmente dovrebbero, con risorse assai più consistenti però – delineare un percorso di accesso qualificato e controllato verso l’imbocco della carriera universitaria. Ma pare ovvio che si pensi a una sostanziale deregulation dell’intero percorso di specializzazione e reclutamento, di cui già da tempo si vedono le premesse nella progressiva svalutazione del titolo di dottore di ricerca, che viene conseguito presso scuole non più certificate da Organi centrali di controllo (gli stessi parametri per la formazione dei collegi dei docenti sono a tal punto aleatori, che possono essere computati nel numero minimo previsto per la formazione dei Collegi anche ricercatori non confermati), e rilasciato da commissioni locali di Ateneo, e che anche perciò risulta sempre meno riconosciuto e valorizzato nell’accesso ai concorsi per ricercatore (e alle stesse SSIS).

La conseguenza di una scelta di questo tipo può essere assai grave per due ordini di ragioni. Da un lato, data - negli anni della recente e frenetica stagione concorsuale - l’assenza di una qualunque programmazione dei fabbisogni di personale, che tenesse conto delle previsioni della domanda formativa nella situazione a regime delle nuove lauree (Facoltà per Facoltà e sede per sede), è evidente il rischio che diversi settori disciplinari, e specialmente i più numericamente sguarniti, possano trovarsi – a concorsi di fatto sospesi o fortemente rallentati - in una condizione di  difficile consolidamento, o persino di impossibile reintegro del turn over di fronte alle necessità di una riforma della didattica tuttora in fase di evoluzione. Ma dall’altro, assai più grave e certa si profila, per la intenzionale filosofia che presiede alla legge Moratti, la prospettiva di un netto scollamento tra competenze scientifiche e compiti didattici dei singoli docenti.

Un particolare motivo di preoccupazione desta tra l’altro la diffusa disattenzione delle Facoltà e dei Corsi di laurea verso l’esigenza di un corretto metodo di copertura di materie di nuova e massiccia istituzione, cosicché sempre più di frequente docenti di discipline “generalistiche”, appartenenti cioè a settori più affollati ed egemoni, tengono corsi su materie estranee ai loro campi di interessi e di ricerche. Mi riferisco, per fare solo degli esempi, ai pedagogisti che insegnano discipline della comunicazione, agli storici dell’arte che insegnano moda conservazione e restauro dei beni culturali, ai geografi che insegnano scienze turistiche e ambientali, o agli italianisti che insegnano lingua o linguistica italiana, giornalismo editoria cinema teatro e altro ancora.

La riforma governativa non solo non interviene a porre argini a questa tendenza, che l’apertura di numerosi corsi innovativi ha favorito e reso in qualche modo inevitabile, ma finisce – istituendo per tutti un generico obbligo di corsi aggiuntivi rispetto a quello di titolarità, e autorizzando l’impiego di personale a contratto con bassa specialità di formazione - per avallare definitivamente l’irresponsabilità scientifica dei docenti nell’esercizio della loro funzione didattica.

La questione di fondo che si pone è quella di una necessaria forma di tutela delle differenti specializzazioni scientifiche, se non ripristinando il controllo rigoroso delle affinità tra settori una volta garantito dal CUN, almeno inducendo le Facoltà e i Corsi di laurea a certificare responsabilmente e con atti impegnativi una corrispondenza della qualificazione scientifica dei docenti alle discipline da essi impartite. In non pochi curricula delle nuove lauree triennali e specialistiche abbondano denominazioni di discipline riesumate dalle liste, ormai decadute, dei vecchi settori scientifico-disciplinari, e non mancano addirittura discipline battezzate fantasiosamente, e  naturalmente in spirito di autonomia, a seconda del profilo originale che le Facoltà intendono proporre. 

2. La situazione della Letteratura italiana contemporanea risulta allo stato attuale ancora insoddisfacente, per quanto attiene al peso e alla valorizzazione della disciplina nell’assetto della didattica e della ricerca, e alle prospettive di sviluppo dell’organico docenti, nonché alla formazione e al reclutamento dei giovani ricercatori. Nonostante si manifesti nell’Università italiana una crescente domanda di formazione letteraria, fondata innanzitutto sulla conoscenza della produzione otto-novecentesca e finalizzata altresì all’addestramento alla lingua e alla decodificazione dei linguaggi d’uso nel mondo della comunicazione e dello spettacolo, la situazione complessiva dell’organico  nelle sue tre fasce è rimasta sostanzialmente ferma (con spostamenti verso l’alto abbastanza in linea con la tendenza generale dei settori vicini).

Sono numerosi ancor oggi i casi di giovani laureati avviati alla ricerca in ambito di contemporaneistica, e poi trasmigrati sulla generalistica per maggiori opportunità di carriera. Ciò dipende, a ben riflettere, dall’inerzia dei meccanismi di riproduzione, che obbediscono in minima parte a input esterni, e anzi per lo più reagiscono ad essi con una forte capacità di adattamento: tanto più in una fase in cui languono quasi dappertutto nelle sedi decisionali la dialettica e il confronto culturale, a vantaggio di logiche ireniche di conservazione dell’esistente.

Assai difficile sarebbe monitorare la collocazione della disciplina all’interno dei numerosi corsi di laurea che ne prevedono la presenza. Di certo variano notevolmente, pur in situazioni comparabili, il numero dei crediti attribuiti (dai moduli di 4 ai corsi di 6 e 8, e talora di 12), la posizione (paritaria, ancillare, propedeutica) nei confronti della Letteratura italiana generale o della Lingua italiana, il ruolo stesso che viene ad essa riconosciuto nell’intero percorso formativo, al di là di quanto prescritto dalle tabelle ministeriali, e nella incertezza degli indirizzi che si possono ricavare dai pareri del CUN (ancora in via di emissione per alcune lauree specialistiche).

Un dato interessante, e per certi versi positivo, sta nel fatto che alla Letteratura italiana contemporanea viene riconosciuta più che in passato (ma in molti casi con resistenze forti da parte dei “generalisti”) una funzione lato sensu formativa. Si pensi da una parte agli studenti Erasmus e in genere agli studenti stranieri ormai numerosi nelle Facoltà di Lettere e di Lingue, dall’altra agli studenti dei DAMS e di Scienze della Comunicazione, per i quali sarebbe del resto improponibile uno studio abbreviato, di tipo diacronico e filologico, della intera tradizione e dei classici. Si configura insomma per la contemporaneistica un consistente allargamento di utenza: sebbene esso possa comportare una qualche amputazione di problematiche teoriche e metodologiche difficilmente rinunciabili, e che soprattutto riguardano lo specifico appeal epistemologico della letteratura degli ultimi secoli, la ricchezza e complessità delle sue coordinate teoretico-filosofiche.

Assai più indefinita risulta a tutt’oggi la posizione della Letteratura italiana contemporanea nei percorsi specialistici delle Facoltà propriamente letterarie (e, a parte, nelle stesse SSIS): e si tratta di una posizione che va rivendicata e valorizzata con fermezza, sulla base di un rapporto ben articolato con gli studi filologici, linguistici, teorico-metodologici, e in riferimento ovviamente a un solido possesso della tradizione. La sequenza e la struttura istituzionale degli insegnamenti di Italianistica nei diversi curricula dovrebbero essere ripensate e corrette, per evitare infine – perché i tempi sono maturi – vecchie sovrapposizioni, invasioni di campo, confusioni di prospettive. I temi novecenteschi risultano ancora  piuttosto inflazionati, e per ciò stesso svalutati, da una pratica didattica spesso troppo attenta – per ovvie ragioni - alla ricerca dell’audience.

 

3. Permangono e si acuiscono negli anni recenti le ragioni di fondo che indussero a fondare la MOD: ragioni non di natura sindacale-corporativa, né tanto meno di potere, ma di evidente respiro culturale, percepibili tutte non solo dagli addetti ai lavori, ma anche in qualche misura dagli operatori dell’industria culturale, dagli insegnanti della scuola, dagli scrittori e dai lettori - soprattutto giovani - dentro e fuori dei confini nazionali. In modo particolare la questione del Novecento, del significato della rottura profonda che esso significa non dico nella dimensione dell’appartenenza a una tradizione e a un’identità culturale, nel nostro Paese e nel contesto dell’Occidente europeo, ma nella specifica trasformazione dei modelli comunicativi e formativi dell’opinione e del gusto, resta al fondo della vita civile e politica come un nodo di grandissima rilevanza.

Non è solo questione di canone, vale a dire di una selezione di valori assoluti della modernità letteraria italiana, da salvare e valorizzare in aggiunta a quelli assodati e riconosciuti della grande tradizione umanistico-rinascimentale; bensì, anche e soprattutto, di problematicità e complessità di un’epoca, da riproporre alla conoscenza e allo studio dei giovani contro la semplificazione operatane dai mass media, e contro le disinvolte rimozioni e manipolazioni politiche, pubblicitarie, giornalistiche, cui oggi inermi e muti assistiamo: non esclusa, tra queste, la pretesa subordinazione dei modelli formali della letteratura e dell’arte moderna e d’avanguardia (e del prodotto librario industriale) alla tipologia dei beni culturali classificabili e “vendibili”, secondo una piatta logica di promozione del made in Italy per turisti (parchi letterari, gemellaggi autori-città, ecc.).

 

Bari, ottobre 2004