1.
Esula dalle specifiche finalità di una Associazione accademica esprimere pareri
e valutazioni su tematiche istituzionali e sindacali, come quelle che vengono
oggi sollevate tra grandi clamori dalle leggi di riforma universitaria proposte
dal Governo al Parlamento.
Tuttavia
ci sono ragioni e questioni di importanza strategica, che riguardano tra
l’altro il destino e le condizioni della ricerca nei diversi campi del sapere
(e nei rispettivi settori disciplinari), e che inducono perciò ad alcune
opportune puntualizzazioni.
Innanzitutto
colpisce, nel testo della legge-delega sul riordino della docenza, la scelta
del taglio di quasi un terzo dell’organico docenti. Tale operazione
avverrebbe attraverso il congelamento degli attuali ricercatori in un ruolo ad
esaurimento, e nella progressiva sostituzione dei ricercatori di ruolo con
personale precario, reclutato tra i neo-laureati e destinato - a quanto sembra
- a svolgere mansioni didattiche e di ricerca di tipo subordinato, con
contratti a termine di formazione-lavoro. Nulla viene detto nei testi di legge
in questione sul destino dei canali di formazione post-laurea attualmente
operanti, dal dottorato al post-dottorato agli assegni di ricerca: i quali
avrebbero dovuto – e auspicabilmente dovrebbero, con risorse assai più
consistenti però – delineare un percorso di accesso qualificato e controllato
verso l’imbocco della carriera universitaria. Ma pare ovvio che si pensi a una
sostanziale deregulation dell’intero percorso di
specializzazione e reclutamento, di cui già da tempo si vedono le premesse
nella progressiva svalutazione del titolo di dottore di ricerca, che viene
conseguito presso scuole non più certificate da Organi centrali di controllo
(gli stessi parametri per la formazione dei collegi dei docenti sono a tal
punto aleatori, che possono essere computati nel numero minimo previsto per la
formazione dei Collegi anche ricercatori non confermati), e rilasciato da
commissioni locali di Ateneo, e che anche perciò risulta sempre meno
riconosciuto e valorizzato nell’accesso ai concorsi per ricercatore (e alle
stesse SSIS).
La
conseguenza di una scelta di questo tipo può essere assai grave per due ordini
di ragioni. Da un lato, data - negli anni della recente e frenetica stagione
concorsuale - l’assenza di una qualunque programmazione dei fabbisogni di
personale, che tenesse conto delle previsioni della domanda formativa nella
situazione a regime delle nuove lauree (Facoltà per Facoltà e sede per sede), è
evidente il rischio che diversi settori disciplinari, e specialmente i più
numericamente sguarniti, possano trovarsi – a concorsi di fatto sospesi o
fortemente rallentati - in una condizione di difficile consolidamento, o persino di impossibile reintegro
del turn over di fronte alle necessità di una riforma della
didattica tuttora in fase di evoluzione. Ma dall’altro, assai più grave e certa
si profila, per la intenzionale filosofia che presiede alla legge Moratti, la
prospettiva di un netto scollamento tra competenze scientifiche e compiti
didattici dei singoli docenti.
Un
particolare motivo di preoccupazione desta tra l’altro la diffusa disattenzione
delle Facoltà e dei Corsi di laurea verso l’esigenza di un corretto metodo di
copertura di materie di nuova e massiccia istituzione, cosicché sempre più di
frequente docenti di discipline “generalistiche”, appartenenti cioè a settori
più affollati ed egemoni, tengono corsi su materie estranee ai loro campi di
interessi e di ricerche. Mi riferisco, per fare solo degli esempi, ai
pedagogisti che insegnano discipline della comunicazione, agli storici
dell’arte che insegnano moda conservazione e restauro dei beni culturali, ai
geografi che insegnano scienze turistiche e ambientali, o agli italianisti che
insegnano lingua o linguistica italiana, giornalismo editoria cinema teatro e
altro ancora.
La
riforma governativa non solo non interviene a porre argini a questa tendenza,
che l’apertura di numerosi corsi innovativi ha favorito e reso in qualche modo
inevitabile, ma finisce – istituendo per tutti un generico obbligo di corsi
aggiuntivi rispetto a quello di titolarità, e autorizzando l’impiego di
personale a contratto con bassa specialità di formazione - per avallare
definitivamente l’irresponsabilità scientifica dei docenti
nell’esercizio della loro funzione didattica.
La
questione di fondo che si pone è quella di una necessaria forma di tutela delle
differenti specializzazioni scientifiche, se non ripristinando il controllo
rigoroso delle affinità tra settori una volta garantito dal CUN, almeno
inducendo le Facoltà e i Corsi di laurea a certificare responsabilmente e con
atti impegnativi una corrispondenza della qualificazione scientifica
dei docenti alle discipline da essi impartite. In non pochi curricula delle nuove
lauree triennali e specialistiche abbondano denominazioni di discipline
riesumate dalle liste, ormai decadute, dei vecchi settori
scientifico-disciplinari, e non mancano addirittura discipline battezzate
fantasiosamente, e naturalmente in
spirito di autonomia, a seconda del profilo originale che le Facoltà intendono
proporre.
2.
La situazione della Letteratura italiana contemporanea risulta allo stato
attuale ancora insoddisfacente, per quanto attiene al peso e alla
valorizzazione della disciplina nell’assetto della didattica e della ricerca, e
alle prospettive di sviluppo dell’organico docenti, nonché alla formazione e al
reclutamento dei giovani ricercatori. Nonostante si manifesti nell’Università
italiana una crescente domanda di formazione letteraria, fondata innanzitutto
sulla conoscenza della produzione otto-novecentesca e finalizzata altresì
all’addestramento alla lingua e alla decodificazione dei linguaggi d’uso nel
mondo della comunicazione e dello spettacolo, la situazione complessiva
dell’organico nelle sue tre fasce
è rimasta sostanzialmente ferma (con spostamenti verso l’alto abbastanza in
linea con la tendenza generale dei settori vicini).
Sono
numerosi ancor oggi i casi di giovani laureati avviati alla ricerca in ambito
di contemporaneistica, e poi trasmigrati sulla generalistica per maggiori
opportunità di carriera. Ciò dipende, a ben riflettere, dall’inerzia dei
meccanismi di riproduzione, che obbediscono in minima parte a input esterni, e anzi
per lo più reagiscono ad essi con una forte capacità di adattamento: tanto più
in una fase in cui languono quasi dappertutto nelle sedi decisionali la
dialettica e il confronto culturale, a vantaggio di logiche ireniche di
conservazione dell’esistente.
Assai
difficile sarebbe monitorare la collocazione della disciplina all’interno dei
numerosi corsi di laurea che ne prevedono la presenza. Di certo variano
notevolmente, pur in situazioni comparabili, il numero dei crediti attribuiti
(dai moduli di 4 ai corsi di 6 e 8, e talora di 12), la posizione (paritaria,
ancillare, propedeutica) nei confronti della Letteratura italiana generale o
della Lingua italiana, il ruolo stesso che viene ad essa riconosciuto
nell’intero percorso formativo, al di là di quanto prescritto dalle tabelle
ministeriali, e nella incertezza degli indirizzi che si possono ricavare dai
pareri del CUN (ancora in via di emissione per alcune lauree specialistiche).
Un
dato interessante, e per certi versi positivo, sta nel fatto che alla
Letteratura italiana contemporanea viene riconosciuta più che in passato (ma in
molti casi con resistenze forti da parte dei “generalisti”) una funzione lato
sensu formativa. Si pensi da una parte agli studenti Erasmus e in genere agli
studenti stranieri ormai numerosi nelle Facoltà di Lettere e di Lingue,
dall’altra agli studenti dei DAMS e di Scienze della Comunicazione, per i quali
sarebbe del resto improponibile uno studio abbreviato, di tipo diacronico e
filologico, della intera tradizione e dei classici. Si configura insomma per la
contemporaneistica un consistente allargamento di utenza: sebbene esso possa
comportare una qualche amputazione di problematiche teoriche e metodologiche
difficilmente rinunciabili, e che soprattutto riguardano lo specifico appeal epistemologico
della letteratura degli ultimi secoli, la ricchezza e complessità delle sue
coordinate teoretico-filosofiche.
Assai
più indefinita risulta a tutt’oggi la posizione della Letteratura italiana
contemporanea nei percorsi specialistici delle Facoltà propriamente letterarie
(e, a parte, nelle stesse SSIS): e si tratta di una posizione che va
rivendicata e valorizzata con fermezza, sulla base di un rapporto ben
articolato con gli studi filologici, linguistici, teorico-metodologici, e in
riferimento ovviamente a un solido possesso della tradizione. La sequenza e la
struttura istituzionale degli insegnamenti di Italianistica nei diversi curricula dovrebbero
essere ripensate e corrette, per evitare infine – perché i tempi sono maturi –
vecchie sovrapposizioni, invasioni di campo, confusioni di prospettive. I temi
novecenteschi risultano ancora
piuttosto inflazionati, e per ciò stesso svalutati, da una pratica
didattica spesso troppo attenta – per ovvie ragioni - alla ricerca dell’audience.
3.
Permangono e si acuiscono negli anni recenti le ragioni di fondo che indussero
a fondare la MOD: ragioni non di natura sindacale-corporativa, né tanto meno di
potere, ma di evidente respiro culturale, percepibili tutte non solo dagli
addetti ai lavori, ma anche in qualche misura dagli operatori dell’industria
culturale, dagli insegnanti della scuola, dagli scrittori e dai lettori -
soprattutto giovani - dentro e fuori dei confini nazionali. In modo particolare
la questione del Novecento, del significato della rottura profonda che esso
significa non dico nella dimensione dell’appartenenza a una tradizione e a
un’identità culturale, nel nostro Paese e nel contesto dell’Occidente europeo,
ma nella specifica trasformazione dei modelli comunicativi e formativi
dell’opinione e del gusto, resta al fondo della vita civile e politica come un
nodo di grandissima rilevanza.
Non
è solo questione di canone, vale a dire di una selezione di valori assoluti
della modernità letteraria italiana, da salvare e valorizzare in aggiunta a
quelli assodati e riconosciuti della grande tradizione
umanistico-rinascimentale; bensì, anche e soprattutto, di problematicità e
complessità di un’epoca, da riproporre alla conoscenza e allo studio dei
giovani contro la semplificazione operatane dai mass media, e contro le
disinvolte rimozioni e manipolazioni politiche, pubblicitarie, giornalistiche,
cui oggi inermi e muti assistiamo: non esclusa, tra queste, la pretesa
subordinazione dei modelli formali della letteratura e dell’arte moderna e
d’avanguardia (e del prodotto librario industriale) alla tipologia dei beni
culturali classificabili e “vendibili”, secondo una piatta logica di promozione
del made in Italy per turisti (parchi letterari, gemellaggi
autori-città, ecc.).
Bari, ottobre 2004