PRIMO CONGRESSO NAZIONALE

(Firenze, 15-16 aprile 1999)

 Lucio Lugnani, Per la MOD

Come prevedevo, le relazioni di Fausto Curi e Vittorio Spinazzola mi hanno lasciato ben poca erba da calpestare. Così la più generale ratio della MOD, come la sua fondante ragione sociale, è infatti già abbastanza chiara.

A me resta da fare soltanto qualche passo indietro – utile a rammentare sinteticamente il dibattito che ha persuaso i partecipanti alle riunioni preliminari a trasformarsi il più rapidamente possibile in soci fondatori –, e da adombrare qualche primo passo, che auspico in avanti, della neocostituita società.

I moventi che hanno sollecitato alcuni colleghi a chiedere a Vittorio Spinazzola di farsi promotore d'una prima riunione fiorentina, poco meno di un anno fa, e che hanno poi spinto un certo numero di noi a prender parte a quella riunione e alle successive, erano sostanzialmente moventi di due ordini, l'uno per così dire difensivo e l'altro propositivo. Ed entrambi questi moventi sono stati costantemente ed animatamente presenti nella discussione. È evidente che sul piano difensivo è stata preponderante la componente accademica e, se vogliamo, corporativa; mentre, sul piano propositivo, è prevalsa la componente culturale, quella della competenza e degli interessi della ricerca.

Si sono dunque valutati due fattori concomitanti:

a) la crescita culturale del settore disciplinare modernistico, a prescindere dalle ragioni contingenti e pratiche della sua nascita in sede universitaria. Si intende dire che se il nuovo raggruppamento ha inizialmente smistato verso di sé italianisti che potevano presentare credenziali scientifiche di ambito modernistico, il suo consolidamento ha in seguito spinto un cospicuo numero di studiosi e ricercatori a costruire il proprio profilo scientifico in vista del raggruppamento medesimo. In parole molto povere, la destinazione modernistica s'è trasformata da pura e semplice opportunità in deliberata intenzione e specializzazione. Ed è sulla base di questa crescita culturale che ha in primo luogo senso la salvaguardia dell'autonomia del settore disciplinare e del raggruppamento concorsuale.

b) la cosiddetta crisi dell'italianistica (sulla quale un dibattito a fondo è a mio avviso ben lungi dall'essere evaso) ha determinato spinte difensive abbastanza scomposte, come quelle di cui è restata traccia nelle ultime tabelle curricolari nazionali in via di superamento. Ora, dinanzi alla compressione cui l'italianistica è sottoposta, qualcuno pensa che sia un lusso la difesa e la promozione della modernistica; mentre qualcun altro aveva pur pensato, ancora di recente, di arricchire il ventaglio disciplinare con le più ardite e squisite varianti regionali. Noi pensiamo che la questione vada interamente ripensata.

Il primo punto non avrebbe forse neppure bisogno di esplicitazioni maggiori, se la sua sostanza non fosse spesso revocata in dubbio ancor oggi. Ragioni molto pratiche di opportunità hanno indotto a suo tempo gli italianisti a mettere a statuto e ad accendere in varie sedi insegnamenti di letteratura italiana moderna e contemporanea. Era un modo di allargare la rosa degli insegnamenti ed anche di aggirare i vincoli pesanti che regolano gli sdoppiamenti. Col tempo, però, e di concorso in concorso, i titolari di tali insegnamenti sono diventati più numerosi, e la disciplina ha infine raggiunto la soglia richiesta per acquisire la dignità di raggruppamento autonomo. Lungo questo pluriennale percorso è diventato sempre meno indifferente e sempre meno legata alla contingenza l'aspirazione degli italianisti a concorrere ad un posto di “letteratura italiana” oppure ad un posto di “letteratura italiana moderna e contemporanea”. Se anche la modernità letteraria era fin da principio un ritaglio abbastanza ampio da autogiustificarsi, la scelta dell'ambito di specializzazione è viceversa diventata via via più ferma e chiara; e quest'ultima ha condizionato e determinato la formazione di modernisti preparati e deliberati a concorrere ad un posto di modernistica: al contrario di ciò che per altro verso si usa dire, l'organo ha sviluppato l'esercizio. Tant'è che oggi, mentre i vecchi “generalisti”, che erano un tempo gli italianisti tout court, sono in via di estinzione (lunga vita però a quelli di loro che ancora lavorano e insegnano), non ci sono più modernisti che possano illudersi di avere l'opportunità d'andare a coprire una cattedra di “letteratura italiana”, e una cattedra di “letteratura italiana moderna e contemporanea” non costituisce più una comoda chance per chi si sia solo occasionalmente occupato di letteratura moderna. Non sarà dunque illecito dire che, col tempo, la modernistica ha corrisposto a qualcosa di meglio che non un semplice raggruppamento ministeriale per i concorsi universitari.

Per quanto concerne il secondo punto, a me personalmente pare che non tanto di crisi disciplinari abbia senso, e sia proficuo, parlare, quanto piuttosto della tendenziale depressione che sta patendo in questi anni l'intera area degli studi (e degli insegnamenti) squisitamente umanistici. La quale area è complessivamente investita da una tendenza informatico-tecnocratica a base economicistica, decisamente galoppante: non senza larghi equivoci sui concetti, i criterii e i parametri di economicità. Che il vecchio equilibrio fra scienze e humanae litterae avrebbe finito per incrinarsi, era facile prevederlo: e perché era durato troppo a lungo immutato, fatalmente perdendo duttilità e adattabilità e irrigidendosi, e perché la marea montante della nuova tecnologia, e di quella della comunicazione in particolare, era più che palpabile. Più difficile era, certo, prevedere il punto di rottura e il fattore prossimo che avrebbe determinato il creparsi della linea di faglia e il profilo della crepa. Adesso questi elementi appaiono più chiari e minacciano di ghettizzazione le discipline umanistiche, renitenti, a non dire impermeabili, alla digitalizzazione, alla quantificazione, al rating e ai computi numerici di produttività. Che tutto ciò abbia segnato il corso recente della nostra e di affini discipline, non senza frettolose e improbabili rincorse al tempo reale dei nuovi media e dei troppi terminali insonni, è vero; e tuttavia la crisi, se si manifesta, è indotta assai più che non endogena. Ora, se il puro e semplice non essere catastrofisti vuol dire essere ottimisti, credo si abbia il dovere di essere ottimisti. La congiuntura è negativa, ma è opportuno viverla come una congiuntura e non inclinare né ai terrori né ai terrorismi millenaristici, dimostratisi falsi già una volta, mille anni fa. Ad ogni modo, io credo che contro una eventuale scommessa tecnocratico-economicistica valga la pena di battersi, se si crede che civiltà e umanesimo siano inscindibili e che l'una non sussista senza l'altro. Va da sé che qualche decina di cattedre di letteratura in più non significherebbe vincere, ma è questo lo sfondo sul quale anche una difesa e una riproposizione degli studi letterari assume tutto il suo senso.

E non può sorprendere che in questo momento una spinta associazionistica abbia assunto caratteri di urgenza e, quasi, di necessità.

L'attuale fase di riordinamento dei curricula universitari, nella quale si vengono coniugando le esigenze di omologazione europea delle università e il consolidamento del regime di autonomia dei singoli atenei, lascia prevedere che ad una certa delegificazione corrisponderà un decentramento ordinamentale abbastanza consistente. Se questo è vero, la tutela e la promozione di precisi interessi culturali e didattici richiederanno un'attenzione diffusa e il più possibile capillare. E, in un clima come questo, un associazionismo attivo ed agile può esercitare lo stimolo ed il controllo più efficaci.

La MOD è nata, com'era forse inevitabile, su base universitaria, e viene ad affiancare le altre analoghe associazioni, dell'italianistica e di altri gruppi disciplinari prossimi e ad essa legati da interessi comuni persino più profondi delle specificità che hanno motivato l'esistenza delle singole associazioni. È nata anch'essa come un punto di riferimento specifico e come lo specifico interlocutore per i problemi del suo settore didattico e culturale, sui quali intende farsi ascoltare ed essere ascoltata. È nata, peraltro, come dice il suo stesso nome, con l'intenzione di non restringersi al ruolo sotto-categoriale che, per così dire, legalmente le spetta in sede accademica, e di non chiudersi in un'ottica esclusivamente scolastica. La promozione dello studio (e dell'insegnamento) della modernità letteraria non può esaurirsi nella ragionevole difesa d'un certo numero di posti d'insegnamento specifici o nel contributo a ridisegnare programmi di studio per la scuola secondaria e per l'università nuova (nella quale è presumibile che il lusso prezioso dei corsi monografici sia presto destinato ad essere sostituito da abiti didattici più modesti). Per molte ragioni, che già Fausto Curi ha evocate, e per il rapido e pericoloso deperimento d'un senso vivo dello spessore storico, promuovere lo studio della modernità letteraria significa anche, se non in primo luogo, ricucire la trama della storicità meno remota ed anche impedire che la contemporaneità e la più stretta attualità, intese come il tempo, la cultura, le tendenze, le arti in mezzo alle quali si vive, risultino sradicate e sospese come in certe vecchie tele i modellini delle chiese tenuti in mano dai personaggi offerenti. Su questo terreno, si ritiene che l'incontro della MOD con le altre associazioni e la sua apertura a interlocutori molteplici siano indispensabili.

Di qui la scelta ovvia di dare per scontata l'eventualità del doppio tesseramento da parte degli italianisti e degli studiosi della modernità letteraria. Nella misura in cui la MOD rappresenta la sotto-categoria dei modernisti italiani, è parso naturale riservare ai titolari della disciplina il ruolo di soci effettivi, ma è stata ugualmente prevista l'adesione alla Società da parte di colleghi e studiosi particolarmente interessati alla problematica della modernità. Con l'eccezione della più anziana AISSLI, fondata su altra base e differenti motivazioni in tempi molto diversi dagli attuali, le altre associazioni di categoria sono tutte, e non casualmente, recenti. La MOD viene ad aggiungersi ad esse sulla spinta delle medesime sollecitazioni contestuali, e risponde ad analoghe esigenze di rappresentatività e di tribuna. Così stando le cose, l'attuale assetto associativo, ancorché tardivamente concretatosi, costituisce il patrimonio propositivo e rappresentativo sul quale contare per far fronte alla fluidità, obliqua e non priva di rischi, della congiuntura istituzionale e normativa. Tale ventaglio associativo ha dinanzi a sé una sola alternativa: o quella del trinceramento microcorporativo; della difesa ad oltranza, e vorrei dire cattedra per cattedra, dei singoli settori; della piccola guerra, di stampo vetero-accademico, di tutti contro tutti (nella quale sarebbe difficilissimo distinguere i topi dalle rane); oppure quella del confronto collaborativo, della elaborazione congiunta, del dibattito franco e diretto inteso a sfociare in una unità d'azione sia critica che propositiva. La MOD è nata per aver voce nel coro e promuovere lo studio della letteratura della modernità, non per tacitare qualcuno o aprire una campagna per l'egemonia.

Bisognerà pur dire che il recente dibattito giornalistico sull'insegnamento della letteratura moderna è parso (anche a chi, come me, non è propriamente un contemporaneista) deludente e qualche volta preoccupante. L'ipotesi di parte dello stato maggiore accademico di abbandonare senza colpo ferire gli estesi avamposti della modernità per ritirarsi sul fronte fortificato della classicità, che significa poi, in sede universitaria, lasciar spegnere e scomparire dall'organico le cattedre di “letteratura italiana moderna e contemporanea” per difendere e magari incrementare quelle di “letteratura italiana”; e significa, per quanto concerne gli altri ordini di scuola, dare per superfluo e poco formativo l'approccio alla testualità letteraria moderna; a me non pare una ipotesi strategica acuta e lungimirante. Quella fra classici e moderni e fra generalisti e modernisti è la falsa alternativa che discende da un'ottica perdente: avremo successo se si insegneranno Ariosto e Gadda, ma se si insegnerà Ariosto al posto di Gadda avremo perduto. E al proposito, mi sento di aggiungere una osservazione forse poco letteraria, ma a mio parere, fondamentale: la consuetudine alla lettura della letteratura moderna, come di quella classica, consente un arricchimento della competenza linguistica e l'acquisizione d'un uso evoluto e duttile del linguaggio naturale, che, avendo l'occhio alla scuola secondaria e all'università, non si vede su quali altri canali didattici smistare. La concreta ricaduta linguistica dell'insegnamento letterario mi pare un fattore di “produttività” mal quantificabile, forse, ma irrinunciabile. E, su questo piano, il contributo della modernità letteraria non può essere messo in dubbio, né stralciato, perché, negli ultimi due secoli, e con tutto il rispetto per il cardinale, le prose della volgar lingua si sono molto evolute.

Io penso, in concreto, che le letterature moderne e la moderna teoria letteraria, la letteratura italiana e infine la letteratura nel suo complesso (intese come terreni di studio e di ricerca e come campi d'insegnamento) attraverseranno insieme, indenni o senza gravi perdite, l'attuale congiuntura, oppure ne usciranno insieme pesantemente ridimensionate. Per tutte queste ragioni, ho condiviso e condivido la valutazione per cui la fondazione d'una associazione italiana dei modernisti fosse particolarmente opportuna e quasi necessaria; laddove a qualcuno potrà essere apparsa pletorica se non inopportuna senz'altro – anche i cattivi pensieri sono d'altronde leciti –. La sua opportunità riposa sul fatto che i modernisti esistono e non sono pochissimi, ed è bene che facciano gruppo (gruppo, dico, non quadrato) se si vuole che un dibattito serio, e di cabotaggio non troppo meschino, si sviluppi con le associazioni più prossime, sia con quelle di maggiori dimensioni che con quelle più piccole; se si vuole che le rappresentanze delle discipline letterarie siano in grado di farsi ascoltare dal mondo della politica e delle istituzioni, e che abbiano il loro ruolo nelle proposte in via di elaborazione per la scuola secondaria riformata e per l'università, nella quale è imminente una riconfigurazione così dei corsi di studio come dei curricula, dei criteri di valutazione e dei titoli. Tanto più la MOD e le altre associazioni saranno chiamate a far valere la propria presenza e la propria vitalità se in un prossimo futuro i cambiamenti in atto dovessero investire anche figure legali fin qui sopravvissute, come la titolarità degli insegnamenti e gli attuali raggruppamenti concorsuali. Il futuro esigerà comunque ripensamenti di qualche ampiezza, che per un verso saranno la prova del fuoco della vitalità associativa e richiederanno agilità e fervore di elaborazione, per un altro verso pongono fin d'ora l'esigenza di non affrontarli mal preparati e in ordine sparso. Sarà meglio che siano le associazioni di categoria a frequentare i ministeri competenti, e non sarà male se i ministeri si abitueranno a dialogare con le associazioni di categoria piuttosto che con gli amici e gli amici degli amici.

Torniamo alla MOD. Il duplice aspetto (di salvaguardia e di proposta) dei moventi associativi mi induce a toccare la sola scelta statutaria che meriti forse una spiegazione: quella di affidare il buon funzionamento della Società a due organi sociali diversi e paritari: il consiglio direttivo e il comitato scientifico. E il primo indispensabile chiarimento riguarda quest'ultimo, tanto più che la sua denominazione può indurre ad analogie suscettibili di creare malintesi. Il comitato scientifico non vuol essere né un comitato d'onore né un comitato di garanzia né, come in talune riviste, il prestigioso fiore all'occhiello d'una più modesta redazione. Il comitato scientifico, a norma dell'art. 8, comma 2, dello statuto è l'organo che elabora e progetta le attività e le iniziative sociali. Lo abbiamo istituito in ragione della convinzione unanime secondo cui per far vivere una associazione, dopo averla fondata, sarà indispensabile, oltre all'intelligenza, una buona dose di fantasia e di inventività, doti che la routine ottunde e che sono invece le sole ad evitare i rituali stracchi e ripetitivi. Il consiglio direttivo è l'organo che vaglia i progetti e li mette in esecuzione. Ma, nell'intenzione dei soci fondatori e redattori dello statuto, lo schema di funzionamento dei due organi sociali, vale la pena di sottolinearlo, è quello d'una paritaria collaborazione e della più larga condivisione (fatti salvi i ruoli del segretario e del Presidente) della responsabilità politica collegiale. È parso che due organi agili fossero in grado di assolvere i rispettivi compiti meglio di un unico collegio troppo numeroso e di difficile convocabilità. È parso anche che, nel loro insieme, i due organi permettessero in misura almeno ragionevole una rappresentatività del corpo disciplinare geograficamente distribuita. Lo statuto d'altronde tace, ma non vieta affatto che su particolari questioni siano prevedibili riunioni congiunte dei due organi. Ad ogni buon conto, al di là della fase preparatoria e di fondazione, che si conclude oggi, la sovranità della Società risiederà nell'assemblea dei soci, la quale potrà deliberare aggiunte e innovazioni regolamentari e, se del caso, anche proporre ponderate modifiche statutarie.

Poche parole infine sulle prospettive operative immediate che il comitato direttivo provvisorio ha immaginato e che rimette all'assemblea e agli organi societarî che ci apprestiamo ad eleggere.

Tocco anzitutto il problema delicato dei concorsi universitarî. Detto che la MOD non intende in alcun modo proporsi come improprio e criptico comitato di gestione dei concorsi di “letteratura italiana moderna e contemporanea”, resta il fatto che i prossimi ed imminenti concorsi si svolgeranno secondo regole profondamente modificate; e che, in regime di autonomia universitaria, i bandi di concorso d'ateneo dipenderanno di anno in anno dalle disponibilità budgetarie e dalle convenienze delle singole sedi. Ora, per quanto appaia improbabile una subitanea impennata dei posti a concorso, vero è però che la piena autonomia del raggruppamento L12B è, per pure ragioni numeriche, garantita per un numero limitato di concorsi annuali (cinque o sei concorsi di prima fascia). In tali condizioni, la MOD si propone di svolgere, a beneficio dei soci e dei non soci e dell'italianistica nel suo insieme, un ruolo di osservatorio e monitoraggio che metta disposizione di tutti una informazione tempestiva e continuamente aggiornata sulla mappa dei concorsi di settore.

Si ritiene che compiti d'informazione come questo – forse meno urgenti di questo, ma di portata più ampia –, debbano essere compiti istituzionali, e con funzione aggregante, della Società come punto di riferimento dei soci e degli altri addetti o interessati ai lavori. A questo fine, bisogna prevedere che la MOD raccolga e distribuisca informazione (cominciando, ad esempio, da un censimento dei modernisti e da un indirizzario aggiornato, per giungere alla costituzione di un annuario della disciplina, di strumenti bibliografici specifici ecc.); e bisogna che si doti al più presto di una pagina Web come del supporto informativo indispensabile e di più rapida diffusione.

Su questo cenno ad Internet e alla velocità informativa, mi sia consentita una parentesi: usare gli strumenti e i supporti informatici non vuole affatto dire, per la contradizion che nol consente, accettare pacificamente una reale e pervasiva informatizzazione di discipline come la nostra. La MOD e le altre associazioni limitrofe svolgeranno viceversa un compito culturale e politico significativo nella misura in cui riusciranno a far intendere che la letteratura e i suoi correlati sociali, la lettura, la rilettura critica, l'insegnamento e l'apprendimento della lettura sono attività le quali richiedono tempi che non possono essere tagliati, tempi nella sostanza non passibili di accelerazione informatica e solo marginalmente accorciabili. Quella che oggi viene sbrigativamente guardata come la scarsa “produttività” di queste attività è dovuta soprattutto a questo e, forse, alla passeggera illusione che possano esistere validi e molto più rapidi surrogati della parola. In realtà, il tempo necessario a scrivere, leggere e interpretare un testo non è suscettibile di significative modificazioni. Noi possiamo oggi procurarci e distribuire un testo, ossia dare e ricevere informazioni, in tempo reale (come si usa ripetere), ma la lettura-comprensione di quel testo, e la corrispettiva didattica finalizzata alla lettura-comprensione di esso, richiedono il tempo che richiedevano un secolo fa; e nella somma di questi tempi, l'incidenza della straordinaria velocità informatica e telematica risulta insignificante. C'è in questo momento ragione di temere che i poteri culturalmente egemoni tendano, con una capriola ideologica tipica dei poteri egemoni, a considerare viceversa insignificanti appunto tutte le attività sulle quali la velocità telematica non ha incidenza. C'è ragione di temerlo e di dirlo, ed anche di spiegare, senza iattanza alcuna, ma con fermezza, che sarebbe bene non si ritenesse di poter trattare la letteratura come una graziosa superfluità e di poter svalutare gli studi di letteratura perché non hanno mercato. Se è per questo, la civiltà stessa, cui pure questi studi e questi insegnamenti hanno dato e dànno il loro modesto contributo, è sempre stata fuori mercato. Chiusa la parentesi.

Un'altra considerazione particolarmente presente al comitato provvisorio è stata la coscienza del numero limitato di interlocutori italiani strutturati (docenti, ricercatori, dottori di ricerca e dottorandi) di contro alla diffusione degli interessi italianistici e modernistici fuori d'Italia. Con gli studiosi e i colleghi non italiani i rapporti sono stati tradizionalmente privatistici, proprio perché non supportati dall'esistenza d'un referente associativo. Pare prioritario rivolgersi anche al di là dei confini nazionali e raggiungere nel modo più opportuno e persuasivo questo vasto spazio d'interlocuzione e di adesione. E a questo fine i veicoli informativi sono determinanti.

A noi è sembrato di poter sintetizzare questa esigenza di apertura e di informazione dicendo che il modo più diretto per far conoscere la MOD e allargare le adesioni è quello di dare ai modernisti qualcosa che non avevano quando la MOD non c'era.

Questi suggerimenti minimi passano ora nelle mani dell'assemblea e degli organi sociali elettivi.

Io chiudo proprio con un cenno alle modalità dell'elezione che ormai incombe. Come già sapete, il comitato provvisorio, all'atto del proprio auto-scioglimento, ha scelto di proporre una prima lista di candidature nella quale ha ricompreso i propri componenti: e in quanto depositari della memoria del primo anno di attività della società prima costituenda e poi costituita, e perché ha ritenuto giusto rimettere all'assemblea l'apprezzamento della loro attività costituente ed organizzativa. Il comitato ha ritenuto altresì di poter proporre una lista completa poiché la norma elettorale statutaria (che prevede l'espressione di due sole preferenze per ciascuno dei due organi) bastava a garantire il fatto che non fosse una lista bloccata, e perché ha nel contempo provvisoriamente previsto anche una ragionevole modalità per presentare ulteriori candidature, che immagino siano intanto pervenute all'ufficio elettorale.

Insieme ai colleghi e agli amici che hanno fondato la MOD e preparato questo suo primo congresso, lascio la parola al dibattito e al voto. Abbiamo uno statuto fondativo e disporremo tra poche ore degli organi direttivi incaricati di guidare per il prossimo triennio la Società. Esprimo un auspicio ultimo e primario, e valido per tutti i soci: soltanto alcuni, in tempi tutto sommato molto stretti, hanno assolto, e voi direte se bene o meno bene, il compito di costituire la MOD: incombe adesso a tutti il compito di dedicarle l'attenzione e l'affezione necessarie a farla diventare una cosa fervida e viva e collettivamente condivisa. Riuscirci oggi, nel nostro paese, significherebbe già aver vinto una scommessa non banale.