Intervento del prof. Vittorio Spinazzola, presidente della MOD, al 3° Congresso nazionale dell'ADI, Associazione degli Italianisti Italiani (Catania, 5 ottobre 2000)

Il consueto convegno annuale dell’ADI si svolge quest’autunno in un periodo straordinariamente significativo per le università italiane: quello segnato dall’avvento, tormentato ma sembra definitivo della cosiddetta laurea triennale (a questo provvedimento solo mi riferirò, in quanto sulla successiva laurea specialistica, biennale, non ho tuttora purtroppo notizie certe). Questa svolta, questo vero terremoto nella strutturazione degli studi accademici non può non suscitare apprensioni particolari nell’area umanistica. E appunto perciò costituisce un’occasione imperdibile per ripensare lo stato degli studi di italianistica, con uno spirito equilibratamente riformatore: come è necessario, se vogliamo fare in modo che il mutamento del quadro legislativo non abbia conseguenze nocive ma anzi si traduca in un incentivo per promuovere uno sviluppo ulteriore dei nostri studi, rinnovando e ampliando l’interesse degli studenti per un settore disciplinare così essenziale per la formazione delle giovani leve dell’intellettualità umanistica.

In questa prospettiva si colloca il ruolo che possono e debbono esercitare le associazioni docenti, ADI e MOD, a tutela delle esigenze specifiche delle due categorie, generalisti e modernisti, chiamiamoli pure così, ma insieme a salvaguardia della funzione complessiva dell’italianistica nelle facoltà letterarie. Come si sa, il rapporto fra le due discipline è quello da madre a figlia. La Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea è rampollata non molti decenni fa dalla disposizione a concedere statuto autonomo allo studio delle età letterarie più recenti, con una denominazione di grande ampiezza sul piano storico: non solo la contemporaneità ma la modernità, che comunque la si prenda indica un orizzonte plurisecolare. In realtà, nella prassi applicativa questo orizzonte si riduceva per lo più alla semplice novecentistica: un secolo, anzi, ai tempi andati, mezzo. Restava però il riconoscimento che nella lunga storia della letteratura italiana aveva avuto luogo una discontinuità, tale da motivare la costituzione di un ambito di attività scientifica e didattica separato, speciale.

D’altra parte questa separazione tra la letteratura italiana classica e la moderna-contemporanea trovava un contrappeso forte nella riaffermazione della competenza globale della generalistica sull’intero arco storico, dalle origini ai giorni nostri, secondo un asse di continuità senza fratture. Alla modernistica restava assegnata insomma una funzione sussidiaria, considerandola un po’ come una marca di frontiera, un territorio a sovranità non illimitata, da guardare con interesse ma da sorvegliare attentamente: nella mentalità corrente, i criteri più rigorosi dell’indagine scientifica erano posti a rischio dall’inoltrarsi in una dimensione fattuale poco consolidata, ancora soggetta a emozioni estemporanee legate a contingenze passeggere.

Il procedere dei tempi però ha mutato lo stato delle cose, sia pure in modo singolarmente contraddittorio. Le dinamiche prodottesi nel campo dell’italianistica durante l’ultimo Novecento hanno trovato un riflesso nel recente dispositivo di ridenominazione delle materie: dove la Letteratura italiana moderna e contemporanea ha perso la modernità per strada ed è divenuta semplicemente Letteratura italiana contemporanea. Questa ablazione terminologica a me pare sbagliata e persino sconcertante, perché obnubila la centralità di un problema storico critico essenziale come continua a essere quello del rapporto tra continuità e discontinuità, cioè tradizione e innovazione, permanenza e mutevolezza nella vita delle istituzioni letterarie: ossia in definitiva nel passaggio dalla letterarietà di antico regime a quella dell’epoca urbano-borghese. Tanto più singolare d’altronde appare la nuova titolazione in quanto il campo di competenza della disciplina viene indicato negli ultimi due secoli, otto e novecento: con una curiosa accezione estensiva del termine contemporaneità. L’unico motivo plausibile che riesco a pensare per un fatto così paradossale sta nella preoccupazione che il terminus a quo della modernistica venisse fatto risalire assai addietro nel tempo, magari tra quindicesimo e sedicesimo secolo: cosa che indubbiamente avrebbe conseguenze dirompenti, sul piano della didattica. Ma non mi risulta che orientamenti simili si siano mai affacciati.

Comunque, rem tene. L’assegnazione dell’area di competenza otto-novecentesca a me pare accettabile, in quanto l’avvio della modernità (non della contemporaneità) letteraria in Italia, a differenza che in altri paesi, è effettivamente collocabile nel rivolgimento epocale tra Rivoluzione e Restaurazione, Illuminismo e Romanticismo. È nel primo Ottocento che il sistema letterario si trasforma, nelle strutture di genere, nei canoni retorici, nelle scelte tematiche, infine nella prassi di lettura. Ed è questo chiarimento concettuale, credo, la premessa dell’accoppiamento generalizzato tra la Letteratura italiana e la Letteratura contemporanea, instaurato nei nuovi dispositivi curricolari di recente promulgazione: pari funzionalità tra le due materie, insomma.

Certo, la sovrapposizione resta, nel senso che l’uno insegnamento sta all’altro come la parte sta al tutto. Ma ciò per me non fa problema. Intanto, molti colleghi generalisti hanno interessi forti nell’ottonovecentistica, e hanno dato contributi di rilievo al progresso della ricerca in questo settore. Ma poi, sul piano didattico, gli studenti avranno più occasioni per approfondire la loro preparazione sul viluppo intricato di argomenti e problemi che la modernità presenta loro, e che è del tutto naturale attragga spontaneamente il loro interesse o almeno la loro curiosità.

Può poi darsi che in futuro si renda opportuno e possbile ripensare l’insieme delle articolazioni accademiche del sapere umanistico-letterario, tenendo conto adeguato delle connessioni tra la storia della letterarietà nazionale e la storia della critica, la teoria letteraria, la comparatistica. Per ora, basta sottolineare che il doppio sistema dei crediti e dei moduli non solo suggerisce ma sollecita forme di collaborazione e scambio tra le materie affini, per coordinare i compiti rispettivi nel contesto di un drastico snellimento dell’iter studiorum previsto dalla laurea triennale.

Ovviamente, questa è una necessità che si impone per tutte le discipline. Ma comporta difficoltà più sensibili per la cultura umanistica rispetto alla scientifica. Non per nulla l’istituzione del triennio ha incontrato molto maggior consenso nelle facoltà scientifiche che non a Lettere. Evidentemente i colleghi di Ingegneria o Chimica ritengono (del resto già da tempo) di poter preparare laureati in possesso di un bagaglio cognitivo adeguato e di buone probabilità di affermazione professionale già in capo a tre anni, salvo s’intende successive specializzazioni; cioè pensano che la quantità dell’impegno didattico possa esser contratta senza detrimento della qualità e organicità del processo formativo.

Ma da noi il problema è più complesso. Sarebbe semplicistico credere che si tratti solo di diminuire l’estensione delle nozioni particolari, a vantaggio dell’apprendimento di concetti canoni norme ad alta valenza ordinativa e interpretativa. I fenomeni letterari, cone tutti quelli che prendono corpo nell’ambito della storia e nella dimensione dell’estetico, hanno una specificità individuale irriducibile: e questo appunto lo studente deve imparare a sperimentare nel contatto diretto col testo, nell’esperienza di lettura condotta attraverso la mediazione del docente. È necessario ma non sufficiente istruirlo sulle leggi della letterarietà: occorre addestrarlo a riconoscere e apprezzare il valore del testo uti singulus.

Non è un caso che nelle facoltà scientifiche la forma privilegiata d’insegnamento sia da sempre il corso istituzionale, sistematico: da noi invece il monografico, inteso come luogo di esemplificazione attuativa di un metodo di lavoro critico. Io dubito che il monografismo tradizionale sia bastevole a soddisfare le nuove esigenze dell’insegnamento letterario. Però non inclino affatto a considerarlo un ferrovecchio da buttare. Penso piuttosto che vada affiancato da altre forme di corsi o minicorsi o percorsi d’indole sia storica sia istituzionale, che pongano lo studente in grado di orientarsi autonomamente dinanzi alle fenomenologie dell’estetico letterario tanto antico quanto moderno. Non sarà facile venirne a capo, specie per i meno giovani fra noi, abituati alle vecchie tipologie di lavoro professionale. Ma sprona a farlo la consapevolezza che questi provvedimenti legislativi, così mirati, come spesso in passato, sulla situazione delle facoltà tecnico-scientifiche, pongono in essere un nuovo terreno di confronto tra le due culture. E agli italianisti, come categoria primaria della cultura umanistica, spetta di mostrarsi capaci di reggere la sfida, attrezzandosi al meglio per trarre profitto dal nuovo ordinamento degli studi in cui si trovano ad operare.

In questo senso e per questi motivi auspico una collaborazione sempre più intensa, leale e fattiva tra le nostre associazioni, ADI e MOD. Sono ben persuaso dell’importanza delle posizioni che l’ADI assumerà nella navigazione tumultuosa che ci attende nei prossimi anni. Vi ringrazio per avermi invitato a parlare in questa autorevole sede e vi formulo i più cordiali auguri di buon lavoro per il vostro convegno.