PRIMO CONGRESSO NAZIONALE

(Firenze, 15-16 aprile 1999)

 

Vittorio Spinazzola, Gli studi letterari e la tradizione della modernità

1. In questi anni si sono moltiplicate e drammatizzate le grida d'allarme sui rischi di decadimento della cultura artistico-letteraria. Vari docenti universitari si sono fatti interpreti di uno stato d'ansietà incontenibile: i babari sono alle porte, anzi si sono già inoltrati nel campo del sapere umanistico più disinteressato. I sintomi di maggior evidenza sono indicati nel declino generale del senso storico e in particolare nel crollo del culto per i valori estetici ereditati dal passato illustre: con un effetto di appiattimento sulle prospettive del presente più momentaneo e di accettazione delle lusinghe più corrive del mercato culturale.

Comunque le si voglia voglia giudicare, queste apprensioni non sono gratuite. A loro modo, richiamano l'attenzione su alcuni dati oggettivi di mutamento epocale. Alla radice, c'è il cambio di mentalità riscontrabile nelle giovani leve dell'intellettualità umanistica in formazione, per effetto dei processi di scolarizzazione e acculturazione che hanno rinnovato la composizione sociale della popolazione studentesca universitaria. Oggi la maggioranza degli studenti delle facoltà di Lettere proviene non più dai licei classici ma dagli scientifici e dagli istituti tecnici. Com'è ovvio, questi studenti sono portatori di gusti sensibilità disposizioni d'animo conformate diversamente e d'altronde meno salde rispetto ai loro colleghi d'altri tempi.

A questo dato fondamentale si aggiungono altri fattori ben noti: almeno due è indispensabile ricordarli. In primo luogo il consolidamento di un sistema editoriale complesso e stratificato, che si incentra sull'egemonia della narrativa d'autore contemporaneo italiano e soprattutto straniero, con una profluvie di offerte in cui non è facile orientarsi. Insieme, c'è poi la concorrenza esercitata sul libro da parte dei prodotti audiovisivi, che sollecitano l'immaginario collettivo con una forza suggestiva e un'attitudine pervasiva indiscutibili, specie tra i giovani.

Le conseguenze di un rivolgimento così ampio e disordinato vanno soppesate col criticismo più serrato, senza sottacerne i pericoli. Ma l'essenziale è maturare un atteggiamento propositivo, che induca a non lasciarsi prendere dal panico né ad arroccarsi in un atteggiamento da ultimi custodi della purezza d'un patrimonio ideale contrapposto frontalmente alla corruttela dei tempi odierni. Ci piaccia o non ci piaccia, la modernità avanza, in tutti i settori della vita civile. E con ciò stesso svela sempre più i suoi tratti differenziali rispetto alle istituzioni della civiltà premoderna. Nello stesso tempo però si costituisce come un campo aperto di tensioni conflittuali, in cui interagiscono le spinte e controspinte di interessi materiali e mentali disomogenei se non antagonistici. Alle élites intellettuali più consapevoli spetta di mediarle, coordinarle, orientarle secondo una progettualità a lungo termine.

2. Anzitutto è opportuno sfatare un pregiudizio diffuso: quello per cui fra le giovani generazioni la pratica della lettura sarebbe ormai in caduta verticale. In realtà le indagini statistiche più affidabili concordano nel rilevare che i giovani leggono più degli anziani, i figli hanno più confidenza con la parola scritta dei loro genitori. Queste stesse indagini danno però luogo anche a una considerazione diversa. La disponibilità a leggere si costituisce lungo il periodo di istruzione scolastica, ma si affievolisce al suo termine. Evidentemente la scuola non fornisce le competenze indispensabili perché la voglia di leggere si sviluppi e maturi, così da fare dell'ex alunno un libero frequentatore di librerie e biblioteche.

Il punto è che durante tutti gli anni di formazione le esperienze di lettura dello studente si svolgono su due binari contrapposti: da una parte quelle effettuate per obbligo disciplinare, che riguardano con prevalenza assoluta testi letterari italiani antichi; dall'altro lato quelle compiute per propria scelta, secondo un criterio preferenziale di leggibilità agevole, magari indirizzandosi più alle edicole che alle librerie. In questa sede, va sottolineato che la situazione non cambia nemmeno con il passaggio dagli istituti medi superiori alle facoltà universitarie di Lettere: nel senso che i testi fatti leggere e studiare restano preminentemente quelli degli evi più remoti, senza che vi si accompagni un impegno analogo all'addestramento sui prodotti letterari del mondo moderno.

Se le cose stanno così, e tutti lo sanno, sarebbe nondimeno grossolanamente semplicistico limitarsi a proporre un capovolgImento della modellistica storica su cui far esercitare gli allievi, puntando tutto sulla contemporaneità e abbandonando alla deriva la memoria del passato premoderno. Necessario è certamente uno spostamento del baricentro degli studi letterari dalle civiltà gentilizie a quella urbano-borghese, nelle sue istituzioni ormai secolari: ma per ravvivare, non spegnere la consapevolezza che la tradizione della modernità prende fisionoma autonoma innestandosi su quella che l'ha preceduta, e di tanto se ne distacca in quanto ne procede. D'altra parte il codice genetico della modernità è tale da costituirla non come un idolo da venerare estaticamente, ma come un universo problematico la cui complessità stessa stimola il rimando storico-antropologico al mondo da cui è emersa.

Beninteso, resta del tutto ovvio che gli studenti provino un'inclinazione spontanea d'interesse per le espressioni letterarie della civiltà di cui si sentono cittadini. Ma io non credo che perciò stesso non avvertano più il fascino del poema cavalleresco o della lirica medievale o della commedia rinascimentale, così come dell'epos o della tragedia classici. Il guaio sta nel volerli nutrire troppo esclusivamente dei testi del passato più remoto, a tutto scapito di quelli del tempo più prossimo. Il risultato è di disamorarli per tutta la vita dei primi, senza attrezzarli a muoversi a loro agio tra i secondi. In effetti il nostro concittadino adulto non si accosta più ai libri letti di malavoglia sui banchi, ma nemmeno si inoltra nel meandri territoriali del libro moderno, a lui per larga misura sconosciuti e in cui si sente intimidito, spaesato.

Si tratta insomma di stabilire delle forme di equilibrio nell'insegnamento letterario, mirate a fornire la preparazione adatta per leggere con piacere e profitto la letteratura di ogni epoca. Il presupposto da non dimenticare mai è che la conoscenza della letterarietà moderna presenta difficoltà diverse ma non minori rispetto a quella premoderna. Verga o Gadda, Rebora o Luzi non sono più immediatamente godibili di Petrarca o Boccaccio. Insegnare ad accostarvisi significa solo far leva su una disposizione d'interesse o almeno di curiosità naturalmente più viva, nei giovani allievi. In fondo, si tratta soltanto di contemperare l'afflittività sempre inerente ai processi educativi, evitando i rigorismi controproducenti. Non è utile ritenere che la modernità otto-novecentesca lo studente potrà esplorarsela da sé, quasi autodidatticamente, più avanti negli anni: come se proprio l'attrazione spontanea che suscita in lui dispensasse i docenti dal farla oggetto di ammaestramento scolastico.

3. Resta tuttavia il fatto che la persuasione della opportunità di mortificare i desideri nativi degli educandi ha avuto un forte rilancio nei decenni scorsi, come reazione alla paventata massificazione omologatrice della vita letteraria. Ma ad acuirla ulteriormente è stato il timore che le prospettive attuali di riforma degli ordinamenti sia delle medie superiori sia delle università possano implicare un indebolimento delle strutture tradizionali del sapere umanistico. A fronte dell'incombenza di un cedimento alla degradazione dei valori imperversante nella cultura multimediale, c'è chi ritiene che obbligo primario del corpo docente, specie accademico, sia di serrare le fila a sostegno dell'attualità permanente del canone estetico tramandato dal nostro passato più glorioso: l'epoca dal Trecento al Cinquecento, quando la letteratura italiana godeva del maggior prestigio ed esercitava l'influenza più larga sui destini della civiltà europea.

Questa strategia difensivistica, a salvaguardia d'un patrimonio che sarebbe certo insensato lasciar disperdere, trova peraltro appoggio in una visione della nostra storia letteraria di tipo continuistico. Secondo questa tesi, l'idea di letteratura custodita dai ceti umanistici è rimasta fondamentalmente identica a se stessa nel tempo, senza fratture radicali: prova ne sia che il linguaggio non ha subito le alterazioni profonde riscontrabili in altre civiltà, come la francese o la inglese. E ciò ha pure ha una base di verità, almeno sin quando si arriva alle soglie dell'ultimo secolo: nel corso del Novecento è infatti impossibile negare che si siano espansi idee di letteratura e pratiche di linguaggio letterario non riconducibili immediatamente alla tradizione premoderna e certo assai difformi rispetto al periodo delle origini.

All'ideologia continuistica si affianca poi o sovrappone il convincimento che dopo il periodo di maggior fulgore la nostra cultura letteraria ha patito una perdita di vitalità indubbia, ma che a preservarne l'identità è stato proprio l'attaccamento alle proprie radici. Ora, è ovvviamente giusto prender atto che dopo la Rinascenza i grandi moti di rinnovamento della letterarietà, dall'illuminismo al romanticismo, dal naturalismo al simbolismo, sono per lo più giunti in Italia dall'estero: e sono stati filtrati da un senso forte di appartenenza alla tradizione italianistica, che aveva giustificazione nelle peculiarità di sviluppo o non sviluppo storico della Penisola. Ma queste stesse vicende possono essere assunte a testimonianza del lungo travaglio attraverso cui i nostri letterati si sono emancipati dal peso di una fedeltà troppo orgogliosa al passato, che si traduceva in complesso d'inferiorità sia verso i colleghi stranieri sia verso i propri stessi antenati. D'altronde insistere troppo unilateralmente sul depotenziamento energetico subito dalla letteratura italiana postrinascimentale, e quindi ritenere che essa esprima una somma di valori meno rilevanti, meno necessari per il bagaglio di conoscenze del cittadino d'oggi, dovrebbe indurre a una conseguenza logica: esaltare il ruolo prioritario degli studi dedicati alle letterature straniere, da cui quella italiana è stata sopravanzata. Un conclusione, questa, su cui riflettere con cautela.

Certo, in Italia è più dífficile che altrove segnare un discrimine epocale, una data d'avvento della modernità, appunto perché si è trattato di un processo realizzato nel corso di una serie di fasi di passaggio, impostate secondo una dialettica di innovazione-conservazione, dove alle prove di spregiudicatezza anticonformista, più o meno tacciabili di esterofilia, si accompagnavano le ostentazioni di rispetto per la canonistica custodita da Lari e Penati nostrani. Resta nondimeno il fatto che questa gestazione faticosa ha avuto un periodo di intensificazione cruciale a cavaliere tra Sette e Ottocento, tra illuminismo e romanticismo. In quest'epoca il sistema letterario subisce trasformazioni decisive sia nelle forme di linguaggio sia nelle strutture e nella gerarchia dei generi espressivi sia nel repertorio tematico; contemporaneamente, cambia lo status sociale del letterato, mentre si va formando un'opinione pubblica che fisionomizza un pubblico culturale non più d'indole cortigianesca.

Di lì in poi la spinta modernizzante ha assunto un ritmo spedito, man mano addirittura tumultuoso, sino alle punte di iconoclastia antistituzionale delle avanguardie di inizio secolo, futurismo in testa. Ma anche a questo proposito il punto d'osservazione della nostra fine secolo suggerisce un atteggiamento equilibratamente storicistico: quello di chi ormai è stato vaccinato dalle teorie e le poetiche del nuovismo radicale, e si limita a constatare che anche l'antitradizionalismo più oltranzista ha collaborato efficacemente a consolidare una tradizione del moderno quale oggi la percepiamo. Superata la stagione dello scandalismo provocatorio, resta all'attivo dell'evo moderno la liberalizzazione dello sperimentalismo estroso, come una delle tendenze che si inseriscono nel quadro d'una letteranetà multiforme, quale non si è mai avuta in qualsiasi passato. Non per nulla oggi a farsi avanti è una volontà diffusa di ricomposizione prospettica delle esperienze modernistiche, nelle sue dinamiche interne, nella ramificazione dei suoi itinerari, nelle genealogie dei suoi esponenti più prestigiosi.

In definitiva, questa ottica pone in evidenza che collocare in primo piano la modernità come oggetto di studio autonomo rappresenta solo l'adempimento di un obbligo della cronologia, senza affatto rinnegare il rapporto di filiazione con la premodernità, che è iscritto nelle cose. Va semmai ribadito che proprio rilevare la differenza costitutiva fra gli anciens e i modernes giova ad esaltare le rispettive identità: e con ciò stesso illuminare i motivi per cui vale la pena di perpetuare la memoria di un passato trascorso ma non estinto.

L'arroccamento tradizionalista rappresenta invece una strategia sbagliata proprio rispetto al fine che si propone: rilanciare e rinsanguare l'interesse di studio per il corpus letterario dei secoli d'oro. Tale nobile proposito troverà vera attuazione solo se e in quanto parallelamente, concorrenzialmente abbiano sviluppo sempre più sistematico le indagini sulle operazioni letterarie otto-novecentesche. Su questa linea di buonsenso va esperita un'intesa fra quanti paventano la perdita delle radici profonde della civiltà letterania italiana e quanti propendono a rafforzare l'insediamento organico degli studia humanitatis nella complessità del mondo moderno.

Certo, vi sono i passatisti affetti da puro e semplice misoneismo, nella selezione sia degli argomenti degni di studio sia degli strumenti della ricerca e dei metodi della didattica: coloro i quali, poniamo. insorgono persino contro l'utilizzo di un mezzo tecnico normalissimo come la versione in prosa con testo a fronte, quando lo vedono applicato alla poesia di Leopardi. E' vero d'altronde che possono esserci pure i modernisti estremisti, i quali danno un'accezione di modernità restrittiva, limitandola all'area novecentesca e per di più privilegiandone le tendenze maggiormente trasgressive: il che comporta una visione di corto respiro dei problemi storici e istituzionali da affrontare.

4. Sul piano pragmatico, eccoci allora al punto di discussione decisivo. Una riforma dell'italianistica come quella qui accennata comporta una maggior responsabilizzazione di quanti si dedicano alla modernistica nelle facoltà di Lettere, luogo essenziale per la vita organizzata del sapere umanistico. Ma tutti sanno che le forze da mettere in campo sono sproporzionatamente, incredibilmente esigue. La disciplina denominata Letteratura italiana moderna e contemporanea, gruppo L12B, è del tutto sottostimata, nell'ordinamento universitario attuale. E s'intende ciò non solo sul piano numerico ma della dignità di ruolo. Si tratta infatti di un insegnamento che versa in condizioni di minorità subalterna rispetto alla Letteratura italiana “generalistica” come si usa chiamarla correntemente: nella quale il docente può anche concedere qualche parte della sua attività alla modernistica ma senza farne l'oggetto centrale d'impegno. La condizione del modernista è così poco gratificante da rendere frequente il malinconico fenomeno dell'emigrazione: vinto il concorso in questa materia, si chiede il passaggio sotto le ali ben più protettive dell'altra.

Naturalmente questo stato di cose ha ragioni storico-culturali comprensibili: la modernistica è nata come filiazione della generalistica, da cui si è separata non molti decenni addietro. Nondimeno l'evoluzione dei tempi ha mostrato rapidamente la dannosità d'una concezione della modernistica come mera propaggine secondaria della generalistica. A guardare con lungimiranza, ciò non giova nemmeno alla disciplina madre, che viene sovraccaricata da un eccesso di obblighi e incombenze, cui le è arduo fare fronte. Non per nulla i colleghi generalisti denunciano a più riprese una crisi del loro settore di attività, mentre i modernisti non accusano una sindrome analoga.

Tutto sembra comprovare insomma che sono mature le condizioni per un rinnovo cautamente spregiudicato delle strutture d'insegnamento dell'italianistica. Eppure, con sconcerto, occorre constastare che non va affatto così. Anzi, la direzione di marcia sembra talvolta orientata à rebours, come se la grande ventata riformatrice che ha investito il sistema universitario desse luogo, in questa area, a effetti non positivi. Per capire la situazione occorre rifarsi alla introduzione recente dell'autonomia come principio regolatore della vita accademica. Ciò ha comportato l'avvio di un confronto serrato non solo fra gli atenei e fra le facoltà ma fra i vari gruppi disciplinari in cui si articola il corpo docente. Ognuno di essi si è sentito spinto a mobilitarsi per riaffermare la propria importanza nella programmazione degli organici e nella definizione dei curricula studenteschi: sia pure, s'intende, nell'ambito dei larghi vincoli imposti centralisticamente. In effetti, si è assistito alla nascita d'una serie di associazioni di categoria, organizzate materia per materia come gruppi di pressione attivi sia nelle sedi istituzionali romane sia nei singoli atenei.

Ora, l'attivazione di un aperto confronto di posizioni è cosa in sé indubbiamente buona: dinamizza la dialettica fra le tante componenti specialistiche che coesistono nella comunità universitaria, le strappa dall'isolazionismo, accresce la consapevolezza delle interrelazioni fra le branche del sapere che l'enciclopedismo accademico coordina. Va da sé che nei rapporti tra colleghi di diverse materie, e di associazioni diverse, entrino in gioco anche tutele di interessi, calcoli di potere, strategie corporative. Sarebbe ingenuo stupirsene. Ma sarebbe sbagliato pensare che i dibattiti statutari in corso dovunque siano mossi soltanto da ragioni di convenienza praticistica.

Ad assumere evidenza sono oggi le idee diverse di cultura e di università, che contraddistinguono anche e proprio i gruppi disciplinari più strettamente imparentati: come quelli che fanno riferimento all'ambito dell'italianistica. E' bene che ciò accada: l'attivazione di un dialogo fra opinioni e punti di vista differenziati è la via migliore perché i problemi della letterarietà assumano rilievo agli occhi dell'intera collettività nazionale. Beninteso però, il presupposto è un patto di rispetto reciproco nella competizione delle idee fra le parti in causa, sulla base dell'interesse comune per un rafforzamento degli studi umanistici, tale da allinearci ai livelli più avanzati della ricerca e della didattica europee. Le tendenze alla prevaricazione numerica sono comprensibili, ma esiziali, in quanto inaspriscono rapporti che debbono invece avere assolutamente indole collaborativa. Il motivo di fondo è che un gruppo disciplinare esiguo può essere interprete di istanze minoritarie negli organismi accademici ma largamente operanti nella realtà socioculturale del Paese.

5. Questo appunto è il caso della Letteratura moderna e contemporanea, gruppo medio-piccolo ma forte del suo ruolo naturale di raccordo tra cultura universitaria e cultura extrauniversitaria, cioè della sua attitudine genetica a riportare nell'alveo del sapere scientifico le urgenze evolutive della vita intellettuale italiana e internazionale. La fondazione della “Società italiana per lo studio della modernità letteraria” intende appunto rafforzare entrambi gli aspetti di questa fisionomia disciplinare ancipite. La MOD è anzitutto un'associazione di categoria, che si propone di rappresentare unitariamente il personale docente del gruppo universitario L12B, nei suoi interessi professionali specifici. Ma nello stesso tempo la Società intende fare appello a tutti coloro che hanno a cuore i problemi della modernità letteraria: colleghi inquadrati in altre discipline universitarie, insegnanti di scuole medie superiori, esponenti del mondo dell'imprenditoria culturale pubblica o privata e così via. La distinzione fra soci effettivi e soci aderenti intende appunto rispecchiare la natura bifronte della MOD, con una apertura larga a forze intellettuali di provenienza molto dissimile e assieme con una attribuzione di responsabilità gestionali differenziata.

Inevitabilmente. i compiti che alla Società spetta subito di affrontare sono suggeriti dalle prospettive attuali di trasformazione del sistema universitario, soprattutto per quanto riguarda il riassetto dei suoi cicli formativi. Ma si tratta di perseguire obbiettivi dei quali i ceti colti nel loro insieme non possono non sentirsi partecipi. Il primo è l'affermazione della necessità di presenza della modernistica nel triennio iniziale dell'apprendimento universitario: la familiarizzazione con la modernità letteraria va considerata un elemento indispensabile del patrimonio cognitivo da fornire alle giovani leve umanistiche, se si vuole evitare di lasciarle in balia delle suggestioni provenienti dalla pubblicistica corrente, con la sua enfatizzazione e spettacolarizzazione dei fatti di cronaca letteraria più estrinseci. D'altra parte, lo studente giunto alla soglia della cosiddetta laurea breve deve anche essere posto in grado di decidere consapevolmente sulle sue scelte successive, ivi compresa quella delle professioni editoriale, giornalistica e affini. E non c'è dubbio che lo studio della letterarietà moderna svolga una funzione utile, a questo riguardo.

In secondo luogo, va rivendicato il riconoscimento alla modernistica di un ruolo significativo nelle scuole di specializzazione per l'insegnamento medio. Ai futuri professori di materiie letterarie le università non hanno mai dato, di massima, una preparazione storica e metodologica adeguata sulle vicende della letterarietà negli ultimi secoli. I singoli insegnanti medi, una volta saliti in cattedra, hanno dovuto rendersi conto di non avere un bagaglio organico di competenze, cui fare ricorso nell'educazione dei loro allievi. Per buona sorte, non sono mancati coloro che hanno saputo porvi rimedio con l'intelligenza e la passione personali. Ma in molti casi il loro deficit formativo ha rischiato dì trasmettersi da una generazione all'altra.

Naturalmente, occorrerà poi discutere in concreto sulle misure da prendere in ordine a simili problemi, anche tenendo buon conto delle novità portate dall'introduzione dell'insegnarnento per moduli e della valutazione in crediti. Ma l'essenziale è adoperarsi perché nelle facoltà letterarie non passi la linea del “pochi ma buoni”: ossia l'autoreclusione in una sorta di riserva indiana dove gli umanisti doc coltivano le loro artes, lontano dalle contaminazioni e dai compromessi con il mondo esterno, omologato e insieme disgregato dalla normalizzazione tecnologica. Il pericolo di questo atteggiamento si annida nella disposizione, per quanto non dichiarata, a non ostacolare affatto l'esodo di parte degli studenti verso le facoltà di scienze umane, sociologia, psicologia, educazione, spettacolo; con la conseguente parallela decrescita delle energie e delle risorse a disposizione delle facoltà umanistiche tradizionali.

lo credo che un dilagare della trasmigrazione avrebbe effetti negativi sulle sorti della cultura letteraria: sanzionerebbe una perdita della sua capacità di influenza e la ridurrebbe a una condizione di isolamento orgoglioso ma debole. Per opporvisi costruttivamente l'unico mezzo è avviare una revisione critica delle istituzioni della letterarietà, a partire dall'italianistica. Ciò non è poi nulla di inaudito. Come tutti sanno, le tradizioni si perpetuano solo rinnovandole: ossia esponendole al contatto vivificante con i quesiti posti dall'evoluzione dei tempi. Senza entusiasmi faciloni ma anche senza chiusure a riccio spaventate.